Premio Carla Arioli: gli elaborati vincitori

Il 17 Maggio 2017 si è tenuto il premio intitolato a Carla Arioli, insegnante di Storia e Filosofia del nostro Liceo prematuramente scomparsa l’anno scorso. Per Carla la scuola e l’istruzione dei giovani rappresentavano uno strumento fondamentale per il progresso e il miglioramento della società.
Per proseguire questa missione, la famiglia di Carla e il Liceo hanno deciso di istituire un concorso in sua memoria, finalizzato a stimolare nei giovani l’approfondimento e la formazione di una coscienza critica su tematiche sociali, politiche e d’attualità.

Il Consiglio Scientifico ha attribuito un premio economico agli studenti che hanno prodotto i migliori elaborati fra quelli che hanno partecipato al bando dell’anno in corso.

I vincitori del concorso sono:

  1. Lorenzo Miccoli, della classe V B.
  2. Filippo Spada, della classe IV M.
  3. Daniele Coppo, della classe V A.

La giuria ha inoltre deciso di assegnare una menzione di merito all’elaborato di Sara Tonoli, della classe III B per lo stile originale e la creatività nella scrittura.

Vi proponiamo gli elaborati di Lorenzo, vincitore del primo premio, di Filippo e di Sara.


All’inizio sembrò uno scherzo di cattivo gusto.
I giornali riportavano: ‘’ Donald Trump candidato alle presidenziali degli Stati Uniti”.
Un anziano miliardario che con la politica non aveva mai avuto nulla a che fare. Conosciuto dai più soltanto come proprietario di un grattacielo a New York o per le sue comparse in film come ‘’Mamma, mi sono smarrito a New York’’ e in trasmissioni WWE. Probabilmente la maggior parte della gente passò sopra la notizia con indifferenza, quasi scordandola il giorno dopo averla letta.
Il problema fu che da quel momento Trump diventò una presenza fissa su ogni organo di informazione. I suoi comizi erano fatti di posizioni razziste e populiste, promesse impossibili da mantenere e l’intenzione di costruire un muro tra Messico e Stati Uniti per fermare l’immigrazione. Tutto ciò sembrava al limite dell’inverosimile e fu proprio per questo che i maggiori giornali e telegiornali ci si buttarono a capofitto, trasformando un uomo sconosciuto ai più in una delle persone più famose della Terra.
Nonostante tutto però il mondo rimaneva scettico. Il buon senso portava a pensare che non poteva succedere per davvero. In fondo a tutto doveva esserci un limite. Eppure la mattina di un giorno di Novembre del 2016 i titoli dei telegiornali in Tv riportavano: ‘’Trump eletto presidente degli Stati Uniti d’America’’. Nella storia questo avvenimento probabilmente verrà ricordato come l’inizio del rafforzamento dei partiti estremisti di stampo nazionalista e protezionista in tutti i paesi occidentali. Da quel momento in Europa si cominciò a sentir parlare sempre più spesso dell’aumento del consenso di partiti come il Fronte Nazionale in Francia, l’Alternative fur Deutschland in Germania, addirittura di un partito considerato da alcuni filonazista in Svezia. La vittoria di Trump fu il primo campanello d’allarme che nella società era ed è già da qualche anno in corso un cambiamento molto importante.
Nonostante la complessità dell’avvenimento molti stanno cercando di individuare le cause di quanto sta avvenendo. Tra le tante ipotesi la più accreditata è quella di natura economica. Mesi prima della votazione in America, Mark Blyth ne aveva previsto il risultato contro il parere di tutti. Egli è un docente universitario e economista, i cui discorsi sono reperibili su Internet, che individua nel fenomeno dell’ascesa delle destre estremiste nell’occidente, a cui dà il nome di ‘’Trumpismo’’ il risultato del progressivo aumento del dislivello economico tra i ceti medio-bassi e ceti più alti. Le persone appartenenti al primo gruppo hanno visto nell’ultimo ventennio un peggioramento delle proprie condizioni di vita a causa della crisi economica. Ciò ha portato a una progressiva perdita di fiducia nei principali partiti e figure politiche che si sono alternate negli ultimi anni e che non hanno apportato alcun miglioramento. Per dirlo in termini più appropriati si è verificato un totale rifiuto dell’ ‘’establishment’’ , rendendo possibile la vittoria di un ‘outsider’ della scena politica come Trump o l’aumento di consensi a partiti contrari al ‘ politicamente corretto’’. Non a caso la gran parte degli elettori del neo-presidente americano non appartiene alle grandi città, ma alle zone rurali e ai piccoli centri urbani, dove la crisi ha colpito più duramente e gli abitanti vedono i politici in modo sempre più distaccato e inclini a fare gli interessi di chi abita nelle grandi metropoli. Partendo da quest’ultimo dato, in molti si sono convinti che l’ignoranza dei ceti più bassi fosse l’altra grande causa degli avvenimenti odierni. Ciò è in parte vero, poiché molte delle affermazioni dei partiti estremisti puntano più alla ‘’pancia’’ degli elettori, dicendo loro ciò che vogliono sentire, piuttosto che dati reali, oltre a sfruttare sentimenti razzisti e nazionalisti che in Europa stanno aumentando a causa dei flussi migratori dall’Africa e dai paesi in guerra come la Siria. Non ci si stupisce quindi che molti degli argomenti portati dai diversi candidati di questi partiti non passino il test del ‘’ Fact–checking’’. Ne sono esempi lampanti i comizi di Trump.
Il vero problema però non sta nell’ignoranza in sé, che porta a mettere in secondo piano il dato economico, quanto nel modo di combatterla e nella mancanza di comunicazione. Informare nel mondo odierno è diventato sempre più complicato. Le persone, oltre che nei politici, hanno perso fiducia anche in giornali e telegiornali, puntando più su strumenti come Internet e i social, in cui però è molto difficile orientarsi e distinguere le notizie vere da quelle false. Inoltre, si è diffusa l’incapacità di dialogare sia tra politici e società che tra gli individui. L’atteggiamento di rigetto verso persone che hanno valori e idee completamente diversi dai nostri è uno dei problemi da superare. Ciò è dimostrato dal fatto che chiedendo a un americano qualsiasi che ha votato Clinton, cosa ne pensa degli elettori di Trump, nella maggior parte dei casi la risposta sarà il bollare questi ultimi come razzisti e ignoranti. Quest’atteggiamento impedisce di comprendere fino in fondo perché i partiti di destra estremista crescano di consenso e di trovare una soluzione.
In Europa l’estremismo è un pericolo che ancora non ha preso il sopravvento. La sconfitta di Marine Le Pen è il segnale che c’è ancora tempo di imparare dai propri errori. E’ giusto però parlare di pericolo? Le conseguenze della presa di potere di partiti radicali possono essere diverse, ma la storia ci insegna che quando si parla di nazionalismo ed estremismo, di solito non si va incontro a nulla di positivo. Non si fa molta fatica a trovare dei parallelismi tra situazione economica e politica odierna e quella degli anni Venti del ventesimo secolo in Europa, dove la crisi economica e la seguente perdita di fiducia nella popolazione verso le forze politiche avevano permesso l’affermarsi del fascismo in Italia e del nazismo in Germania. Una conseguenza certa però sarebbe la fine dell’Unione Europea, vista dai partiti estremisti come un giogo da cui liberarsi, sulla scia del referendum avvenuto in Gran Bretagna, dove la popolazione inglese ha votato a favore dell’uscita dall’Unione. Ciò potrebbe potenzialmente portare a problemi sia economici sia a livello politico, visto che solo nel secolo scorso un Europa divisa ha portato allo scoppio di due guerre mondiali. Per combattere questa eventualità ogni paese dell’Unione ha il dovere di impegnarsi nel risolvere i problemi che causano l’aumento di consenso verso i partiti estremisti, cercando di riallacciare un dialogo con le fasce di popolazione più in difficoltà, restaurando la fiducia nell’Europa e lavorando sulla diffusione dell’informazione che Internet ha reso per certi versi più semplice e per certi versi più complicata.

Lorenzo Miccoli


Le Nuove Destre

Chiunque abbia accesso a strumenti di informazione (internet, telegiornali o quotidiani), o semplicemente sia dotato di una discreta capacità di osservazione, è a conoscenza della recente nascita, che ha interessato soprattutto gli ultimi cinque anni, di movimenti e partiti di stampo nazionalista e protezionista.

Queste correnti di pensiero, che si sono sviluppate per lo più in Europa e negli Stati Uniti (quindi in occidente) propongono politiche basate su una massiccia e centrale presenza dello stato e su una chiusura economico-sociale, appunto protezionista, delle nazioni. Per questo motivo, le cosiddette “nuove destre” attuano una propaganda che fa leva sul sentimento patriottico, il privilegio del cittadino, l’importanza della cultura natia e dell’istituzione familiare e soprattutto sulla “sicurezza”; una propaganda che, progressivamente sta ingolosendo e coinvolgendo fasce sempre più ampie di popolazione.

Alla luce di queste osservazioni, occorre, se si vogliono indagare le cause di un così ampio consenso popolare a tali partiti, specificare che questo, prima di essere un fenomeno politico è un fenomeno sociale. Ciò è, per esempio, evidente se si abita in periferia o comunque in zone in cui risiede quella parte di popolazione più eterogenea e più povera, che rappresenta la maggioranza dell’elettorato attivo.

Queste zone ospitano oltre che famiglie italiane (di estrazione sociale medio-bassa), anche un discreto numero di persone e di nuclei familiari provenienti da altri paesi, tendenzialmente dall’Africa, dalla Cina e dal Medio Oriente.

Naturalmente anche questi sono per lo più appartenenti alla componente “povera” della popolazione.

Troviamo, quindi, una situazione in cui viene a crearsi una convivenza di diverse e disparate culture, accumunate da una stessa caratteristica, la povertà.

Questo, a parer mio, è la “benzina” delle famose nuove destre: infatti, quando c’è povertà, si genera automaticamente disillusione politica ed ostilità. Ciò di cui la gente sente il bisogno è un’entità (preferibilmente fisica e palpabile) a cui attribuire la colpa della propria difficoltà e miseria e questo è esattamente ciò che i partiti nazionalisti forniscono all’elettorato: un nemico.

Quale nemico? Quale miglior nemico del mio stesso vicino di casa, che viene da un altro stato, che ho visto personalmente insediarsi vicino a me e che, come me, fatica a sopravvivere?

Ora so che è lui il nemico, so con chi prendermela, so come risolvere i miei problemi e mi sento sicuro. Ed è proprio questo il segreto del successo di un fantomatico Salvini.

Se si guardano i fatti storici, si può facilmente evincere che il successo dei movimenti nazional-socialisti, durante il primo ‘900, fosse imputabile ad un analogo spaccato sociale.

Trovo, però, che concentrarsi su un parallelismo col nazifascismo possa significare commettere un errore: com’è ovvio, l’informatizzazione mediatica e soprattutto la globalizzazione culturale ed economica, hanno cambiato completamente la nostra (e con nostra non parlo solamente degli italiani, ma mi riferisco a tutto il mondo occidentalizzato) identità nazionale, in modo tale che, a mio avviso, un fenomeno di nazionalismo così forte, sarebbe piuttosto improbabile.

Sostengo, piuttosto, che le conseguenze di un’ipotetica vittoria generalizzata e diffusa di queste nuove destre potrebbero essere principalmente due. Nel primo caso, la peggiore delle ipotesi, prevedo una serie di conflitti armati (che potrebbero, per esempio, nascere con il totale smantellamento dell’UE) con i quali si rischierebbe di appiccare il fuoco di una terza guerra mondiale. Mi riferisco, soprattutto, all’episodio, avvenuto recentemente, del bombardamento americano (totalmente ingiustificato ed illegittimo) in suolo siriano e alla conseguente tensione nata con Putin, alleato di Assad. La Siria è un territorio che da sempre è conteso dalle più grandi potenze mondiali; di conseguenza, vedo questo focolare come possibile incendio in potenza, nel caso in cui organizzazioni come l’UE o l’ONU venissero smantellate e si creassero alleanze pericolose (gli ipotetici stati nazionalisti) prive di mediazioni super partes.

D’altra parte, prevedo, però, che a livello interno, nelle nazioni governate dalle nuove destre, si creerebbe l’esigenza di movimenti d’opposizione più seri e più popolari.

La domanda che sostengo vada posta è: vogliamo veramente aspettare che vincano o vogliamo fare prevenzione ed evitare la vittoria di questi partiti?

Trovo che l’UE, in qualità di organizzazione che ritengo importante, dovrebbe mobilitarsi ed essersi già mobilitata per scoraggiare i fenomeni nazionalisti.

Il metodo ed il canale attraverso il quale fare ciò è la creazione di partiti di sinistra che non vengano più percepiti come distanti e metafisici. Paradossalmente, infatti, una gran parate dell’elettorato dell’ ex P.C.I., attualmente vota Lega Nord.

Il mondo ha bisogno di partiti, di movimenti e di personaggi pubblici che propongano una politica sociale realmente equa, solidale ed inclusiva ed io trovo che questo non implichi necessariamente una rinuncia ad un’Europa Unita.

Filippo Spada


Premetto che non parlo nelle vesti di un’esperta di politica.

Mi considero ancora troppo poco informata a riguardo e trovo che fingere di esserlo sia scorretto da parte mia.

Parlo piuttosto nelle vesti di una cittadina media da poco affacciata al mondo, che nella sua ingenuità lo trova troppo grande e troppo piccolo allo stesso tempo.

Più che notizie, mi sembra che intorno a me arrivino solo veloci brusii.

Solleticano appena l’orecchio, nonostante si ripropongano frequentemente, senza dare il tempo o gli strumenti per comprenderli appieno.

Nel quadro generale sento parlare di crisi, di terrorismo, di guerra e di movimento frenetico in ambito politico, sia europeo che mondiale.

Sono eventi così vicini tanto che ci toccano ma in contemporanea così lontani da non poter essere visti con chiarezza.

Da una parte il Mediterraneo, dall’altra l’Adriatico: non so se siano queste distanze a unirci e dividerci di più o se lo è lo schermo di un televisore, di un computer, di un cellulare.

Così i brusii da stupore si trasformano in terrore. Un terrore cieco.

Cosa sta succedendo? Cosa sta succedendo?”

Dove?”

Quando?”

Aristotele ha definito l’uomo come un animale sociale.

E’ curiosa questa sua duplice natura.

Costruiamo e strutturiamo il nostro mondo dalle fondamenta fino alla cima ma siamo nel profondo sempre animali.

La più complessa, sviluppata colonia di formiche sulla Terra, ma basta che si fiuti un soffio di paura, l’ombra di una foglia che sta per cadere nei pressi del formicaio e l’uomo corre a rifugiarsi nelle proprie tane.

Sono più o meno queste le dinamiche in cui siamo immersi oggi.

Abbiamo paura di questo orizzonte da cui potrebbe provenire qualsiasi minaccia e per sfuggire a questi nostri problemi senza volto, ci viene offerto di costruire muri.

I personaggi politici di stampo protezionista per guadagnare il favore dei cittadini si basano su questo, fanno leva su gli istinti più antichi, più oscuri, propongono la soluzione apparentemente più semplice: fuggire alla vista della paura. Fuggire da ciò che non ci deve riguardare.

Ci propongono di proteggerci da ogni possibile minaccia, come se fossimo ancora nel 1300, costretti a rifugiarci nei castelli per fuggire dalla peste.

Hai paura che un messicano, un marocchino ti rubi il lavoro? Costruiamo un muro per impedirlo”.

Hai paura che un ebreo sia una minaccia per la società? Costruiamo un muro intorno e se dovessero essere ancora un problema, chiudiamoli tutti in un campo di concentramento!”

Già sentito da qualche parte, vero?

La differenza è davvero minima.

Chissà cosa si dirà fra una cinquantina d’anni, se si parlerà di quel periodo storico in cui interi stati paralizzati dalla paura di un nemico invisibile si rinchiudevano su se stessi come un riccio, pronti a colpire chiunque si avvicinasse alla loro corazza.

Altolà, chi va là? Mostrami la carta d’identità, anzi, no, basta sentire la lingua e vedere il colore della pelle”.

Ma l’uomo non è solo un animale. C’è molto di più in lui. C’è speranza.

Da quell’orizzonte può venire sia una minaccia, che una grande opportunità: quella di conoscere, di imparare.

Ancora oggi ripensando alla Seconda Guerra Mondiale, ci si chiede come sia possibile che certi personaggi siano saliti al potere.

La risposta è molto semplice. Sono stati votati.

Che ce ne rendiamo conto o no, siamo noi che diamo inizio a tutto. Noi, cittadini impauriti che vediamo il mondo troppo grande e troppo piccolo.

Come dicevo, non sono un’esperta di politica, non so quali manovre concrete dovrebbe mettere in atto l’Europa per contrastare questo fenomeno ma so di far parte di questa Europa, di questo mondo, come tutti noi.

Ed essendo tale, cerco di dare il mio contributo, per quanto piccolo, di combattere la paura, di capire, di non rinchiudermi in un guscio soffocante.

Perché è la mancanza di informazione la più grande arma della paura.

L’indifferenza il primo mattone di ogni muro.

Intanto del mondo c’è chi ancora non l’ha capito e come nella canzone di Levante “Non me ne frega niente” pensa: “Non me ne frega niente di niente, se rimango indifferente, il mondo crolla e non mi prende (…) la gente grida aiuto ed io, prego non capiti a me”.

Sara Tonoli


 

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Carme V di Catullo: traduzioni artistiche dei ragazzi della II A

Vi proponiamo alcune traduzioni artistiche del Carme V di Catullo scritte dai ragazzi della II A nell’ambito di un laboratorio di scrittura creativa guidato dal prof. Daniele Michienzi.

Io non vivo per amare, Lesbia.   
Io non amo per vivere.
Io vivo per scoprire, per trovare il mio io.
I giorni possono solo tramontare,
le effimere gioie non possono ritornare.
La luce breve che tu chiami vita, lascerà
solo l’oblio.
E, allora, capirai il giogo superiore di essa.
Basta.
Mi hai concesso mille baci, mi hai distolto dal mio compito.
Sei come Kamala per Siddharta.
Addio anima mia.
(Xavier Mestri)


Viviamo amandoci, o Lesbia, per sempre insieme
che le opinioni degli esterni non ci diano pene
dopotutto loro sono troppo severi
che ne sanno degli amori sinceri?
ogni giorno il sole sorge e tramonta 
ma i nostri son così pochi che anche una semplice ora conta
quindi convien restare per sempre insieme 
e curar il nostro amore come un piccolo seme.
Dammi mille baci, poi altri cento
il numero degli stessi è sempre in aumento
diamoci centinaia, migliaia di baci
collezionamoli finchè ne saremo capaci
del numero dei baci il conto perdiamo
cos’ l’invidia evitata sarà
abbracciati a lungo nel letto restiamo
e addirittura Venere stupita verrà
dalla nostra passione e da come ci amiamo
che ci farà restare insieme anche nell’aldilà.
(Christian Frigerio)


Godiamoci le gioie della vita e dell’amore, 
mia Lesbia, le malelingue dei moralisti per noi non hanno valore
Muoiono e rinascono i giorni 
ma quando tramonterà la nostra effimera vita 
avremo da dormire una notte infinita 
Di baci dammene mille, poi altri cento
mille altri ancora, poi cento un’altra volta 
e quando la mia bocca di baci tuoi sarà travolta, 
scordiamo 
e ricominciamo, che nessuno possa invidiarci
ignorando il numero di baci, il numero di baci che abbiamo da darci
(Alessia Scartozzi)


Viviamo questo amore, mia Lesbia, 
e freghiamocene di tutte le dicerie di quei vecchi
che non valgono niente. 
Il sole sorge e tramonta,
e quando per noi si spegnerà la luce
saremo destinati a dormire per sempre.
Dammi mille baci, e poi sempre di più
in modo da averne anche per quando non saremo più insieme.
Talmente tanti che perderemo il conto 
e nessuno dovrà mai saperlo
così che non ci potranno invidiare
(Arianna Villatore)


Viviamo e diventiamo pane e cacio, mia Lesbia
ascoltando sempre la saggia voce dei vecchi
anche se vale meno di un nichelino.
I nostri giorni inizieranno e finiranno
e per ciò ogni volta che tramonta una luce 
dobbiamo vivere una perpetua notte di amore,
prima che, innocente, tramonti anche l’ultima.
Dammi mille baci, poi cento, 
poi altri mille e altri cento
e di nuovo cento e ancora mille
finché non sapremo più quanto vale il nostro amore
e dovremo nascondere la sua quantità immensa 
perché alcune persone potrebbero
vederci di mal occhio, accecati dal nostro amore,
sapendo che i nostri baci sono il nostro tesoro.
(Paolo Rivoletti)


Viviamo la passione del nostro amore, Lesbia mia
cosicchè le chiacchere degli anziani soli e tristi valgano meno di zero.
La vita è breve, viviamola prima che la morte ce la strappi via.
Baciami , ancora e poi ancora, finchè perderemo il conto 
e gli altri non potranno sparlare del nostro amore
poichè è troppo grande per le loro voci.
(Dario Palumbo)


Cara mia Lesbia amiamoci e viviamoci
fregandocene di quello che puó dire la gente.
I giorni passano e dobbiamo cercare di passare piú tempo possibile insieme.
Riempimi di baci mia Lesbia, dammene migliaia, non smettere mai di darmene, dovremmo passare una notte interminabile e io voglio andarmene con il ricordo delle tue labbra sulle mie.
Evitiamo gli occhi invidiosi della gente per non permetterle di ostacolare il nostro infinito amore.
(Martina Ferraiuolo)


“Con le voci degli anziani
ormai troppo severe, 
che valgono meno di 
una piccola moneta, 
dobbiamo continuare a vivere,
mia Lesbia, 
e ad amarci senza
alcun pensiero.

Dammi mille baci e altri cento

Noi passeremo 
tutti i giorni insieme
fino al giorno 
quando la luce tramonterà,
per sempre;
viviamo tutte le infinite notti insieme!

Ancora baciami cento volte e altre mille,
baciami fino a quando 
non ricorderemo più il numero di questi.
Chi ci invidia non avrà successo
perché nemmeno lui sa a quanti siamo
adesso…”
(Matteo Co’)


Lesbia.
Viviamo e amiamo, mia Lesbia
senza ascoltare ciò che dicono gli altri,
per noi le loro parole non devono valere
niente.
I giorni passano e alla fine di questi
dormiremo una sola notte infinita.
Baciami mille volte e poi cento volte
e replay.
Quando ci saremo baciati
migliaia di volte,
confonderemo la quantità dei baci
ed è meglio non farlo sapere
a nessuno
prima che ci guardi di malocchio.
(Andreea Lucia Marangoci)


Divertiamoci, Lesbia, amiamoci
E tutti i pettegolezzi della gente
Lasciamoci scivolare addosso
I giorni trascorsi ritorneranno:
e una volta giunta la nostra ora
vivremo una notte infinita.
Baciami, continua a baciarmi,
e ancora baciami
Ma quando ci baceremo molte volte
e ne scorderemo il numero
Per darcene tantissimi altri e
Affinché nessuno possa maledirci,
Quando sapranno del grande numero di baci
(Edoardo Tiraboschi)


Boccaccio contemporaneo: una novella attualizzata

ELISABETTA DA MESSINA

La storia che sto per raccontare parla di tre giovani fratelli che vivevano a Messina insieme a Elisabetta, la loro sorella non ancora sposata. I fratelli erano molto ricchi e possedevano un bar situato
Waterhouse_decameron al centro della città. Un giorno, avendo tanto lavoro, decisero di assumere un aiutante e scelsero un ragazzo siriano di nome Yad. Egli aveva la stessa età di Elisabetta ed era un ragazzo alto e bello che aveva tanta voglia di lavorare e che era scappato dal suo paese a causa della guerra. Elisabetta e Yad appena si incontrarono, si notarono e iniziarono a frequentarsi nonostante i fratelli di Elisabetta non accettassero il loro amore. Un pomeriggio però mentre Elisabetta e Yad stavano amoreggiando nel retro del bar uno dei tre fratelli li vide, ma fece finta di niente. Appena ebbe però l’ opportunità di parlare con i suoi fratelli senza la presenza di Elisabetta, raccontò loro ciò che aveva intravisto e insieme decisero di licenziare Yad e di diffondere la voce che egli era un ladro, impedendogli così di trovare un altro lavoro in città. Il povero Yad in poco tempo perse tutto, perchè non riuscendo a trovare un lavoro non potè neanche più mantenersi, così finì a vivere per strada. Elisabetta non credette alla storia raccontata dai suoi fratelli e decise di rintracciare Yad e di ospitarlo nella loro grande cantina che ristrutturò e pur non essendo un posto magnifico, fu per qualche tempo la casa del ragazzo. Elisabetta ogni giorno portava il cibo al suo ospite e quando i suoi fratelli erano al lavoro lo faceva salire a casa per lavarsi. Andò avanti così per un po’ di mesi, fino a quando i vicini non raccontarono tutto ai tre fratelli. Essi nel momento in cui videro Yad lo picchiarono così tanto che finì in ospedale e decise che nonostante il suo amore fosse così grande non voleva più discutere con quella famiglia, quindi decise di partire. I tre fratelli capirono che in una città così piccola non potevano rimanere, perchè la notizia si era ormai diffusa, quindi si trasferirono a Napoli. Elisabetta invece decise di restare a Messina e di non avere più contatti con i fratelli, acquisendo più libertà e decidendo per il suo futuro senza intralci, nonostante soffrisse ancora per il suo grande amore.

                                                                                                                 Alessia Berardino 3°G

Video: Ciuri di campu (poesia di Peppino Impastato)

ciuri chi nasci
La classe III G ha realizzato dei video nell’ambito di un progetto sulla legalità, curato dal prof. Daniele Michienzi.
Gli studenti hanno lavorato sulle poesie di Peppino Impastato “Ciuri di campu” e “Nessuno ci vendicherà”: a partire dalla lettura e dall’analisi del testo poetico la classe ha poi realizzato dei videoclip musicali.Vi presentiamo il lavoro realizzato da Letizia Privitera, Emanuele Alvarez, Alessia Berardino, Mattia Rossetti, Matteo Vismara e Alessandro Brunone:

Ciuri di campu

Collettivi musicali su Bob Dylan

C’era una volta il cantante di strada, il folk singer, che nelle città americane sfogava il proprio senso di ribellione in canzoni che rimanevano inevitabilmente confinate in un ambito limitato.
Con Bob Dylan nasce la figura del cantautore a livello internazionale, che incarna la protesta di una generazione sulle orme dell’antesignano Woody Guthrie. I temi che egli tocca sono la discriminazione razziale, lo sfruttamento dei minorenni, la pace, la libertà, gli emarginati, ma Dylan sa anche esprimere i sogni e i desideri di tutti noi.
Per questo l’Accademia svedese gli ha assegnato il Premio Nobel per la Letteratura:”per aver creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana”.
Per questo anche noi vogliamo conoscerlo e cantarlo. A lui il merito di aver nobilitato la canzone d’autore, dimostrandoci che essa può diventare un’opera d’arte.
Il prof. Gaudio ha condotto dei collettivi musicali durante la cogestione del Liceo e durante la settimana dei recuperi. Vi proponiamo il canovaccio e le slide dello spettacolo In principio era Dylan e il video del collettivo In principio era Dylan

Inoltre, alcuni brani cantanti dalla prof.ssa Antonella Paravano:

Altre lezioni in musica del prof. Gaudio:
Tra Faber e Gaber, due grandi della canzone d’autore.
La favola mia, cover di Renato Zero.
Innocenti evasioni, cover di Lucio Battisti.

Esercizi di scrittura filosofica

Socrates_statue_at_the_Louvre,_8_April_2013.jpgVi presentiamo quattro esperimenti di scrittura filosofica svolti dagli alunni della 3 B.

L’esercizio consiste nel riprodurre un dialogo socratico, rispettandone le caratteristiche fondamentali: tentativo di definizione, brachilogia, ironia, confutazioni.

I temi scelti dai ragazzi e i risultati sono stati profondi e rigorosi, come nel caso dei dialoghi di Giulia Bertoluzza e Laura Garau, oppure leggeri e originali, come negli elaborati di Lucamatteo Maselli e Federica Doz.

Buona lettura!

agrippa-o-dellamicizia-autentica
leandro-o-dellamicizia-autentica
dialogo-tra-socrate-e-un-tabaccaio
il-compleanno-del-piccolo-socrate

VICOmunichiamo riapre!


Dopo uno stop di qualche mese, il blog del Liceo Vico riapre…
più interattivo che mai!

Vuoi condividere pensieri, parole, suoni e colori?
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Mandaci le tue idee e contattaci all’indirizzo
blog.liceovico@gmail.com!


 

Il ponte di Giovanni Pascoli

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Analisi del testo di Laura Nasella, 5B

Si tratta di un’analisi del testo svolta in classe come verifica di italiano scritto. Il lavoro denota una grande profondità e sensibilità letteraria, è scritto bene e mi sembra un perfetto esempio di una tipologia A dell’esame di stato.

prof. Licia Mizia

Da Myricae

IL PONTE

La glauca luna lista l’orizzonte
e scopre i campi nella notte occulti
e  il fiume errante. In suono di singulti
l’onda si rompe al solitario ponte.

Dove il mar, che lo chiama? E dove il fonte,
ch’esita mormorando tra i virgulti?
Il fiume va con lucidi sussulti
al mare ignoto dall’ignoto monte.

Spunta la luna: a lei sorgono intenti
gli alti cipressi dalla spiaggia triste,
movendo insieme come un pio sussurro.

Sostano, biancheggiando, le fluenti
nubi, a lei volte, che salian non viste
le infinite scalée del tempio azzurro.

Giovanni Pascoli, con Gabriele d’Annunzio, è uno dei più importanti poeti del Decadentismo italiano: i temi da lui trattati nelle varie raccolte poetiche sono spesso allineati a quelli della letteratura europea contemporanea; ciò si può ben vedere in questo componimento, Il ponte, appartenente a Myricae, la raccolta più significativa di Pascoli. Questo sonetto potrebbe a prima vista sembrare una descrizione di un ambiente notturno, illuminato dalla luna, con lo scorrere tranquillo del fiume dalla sorgente al mare; tuttavia non è così, ha un significato più profondo:

  • La prima quartina inizia con la descrizione di un notturno lunare, il momento di “trapasso”: la luna, non ancora ben visibile, inizia a illuminare di una luce azzurro-grigia l’orizzonte e i campi, altrimenti nascosti dal buio della notte, e il fiume che scorre sotto al “solitario ponte”. Potrebbe a prima vista sembrare solo una descrizione, ma inizia a presentarsi un tono più tormentato: l’onda che si infrange sul ponte produce un singulto (v. 3); il ponte è totalmente solo, quasi “dimenticato” come l’aratro di Lavandare;
  • Nella seconda quartina si mostra apertamente il tema reale del componimento: il fiume che scorre è una metafora per la vita stessa, che inizia da un fonte (cioè la sorgente, la nascita) per poi arrivare al mare (cioè la fine del percorso, la morte). La seconda quartina si apre con una serie di domande: “Dove il mar?” “Dove il fonte?”. Molto importante è il v.8 che chiarisce il pensiero del poeta: “al mare ignoto, dall’ignoto monte”. Questo verso, contenente due figure retoriche, il chiasmo e l’anafora di ignoto, spiega i suoi dubbi più profondi riguardo la vita: la nascita e la morte sono fenomeni sconosciuti che fin dalla tenera età hanno tormentato il poeta, a causa dei vari lutti nel “nido” familiare. Come ne L’assiuolo, dove il poeta chiede “dov’era la luna?”, “le invisibili porte che forse non s’aprono più…”, ritornano incombenti i temi della morte, dell’ignoto, dell’irrazionale, tratti che accomunano la poetica di Pascoli al clima decadente;
  • Nella prima terzina compare la luna, e gli elementi naturali, come “il mandorlo e il melo” de L’assiuolo, cercano di osservarla meglio; tuttavia le presenze naturali sono qui desolate: i cipressi sono gli alberi che solitamente si trovano nei cimiteri, la spiaggia è definita “triste”. La natura produce quindi dei sussurri come in una preghiera: essi sono lo scorrere lento dell’acqua e il muoversi delle foglie;
  • Nell’ultima terzina torna invece a osservare il cielo, le nubi che si muovono verso la luna, come richiamate da una forza magica e ignota.

Le varie presenze della natura nascondono quindi profondi valori simbolici, si riferiscono in realtà allo scorrere della vita: il fiume è proprio la personificazione della vita dell’uomo, che parte dell’“ignoto monte”, dove si trova il fonte che rappresenta il misterioso inizio del tutto, un momento e un mondo sconosciuto, impalpabile, inconoscibile, su cui il poeta non può fare a meno di porsi domande; il mare, anch’esso sempre ignoto, rappresenta invece il concludersi del viaggio del fiume e quindi, fuor di metafora, la morte: anch’essa è sconosciuta ma il poeta, tormentato dai lutti della sua vita, si chiede che cos’è in realtà questa morte che prende ogni cosa. Più difficile è invece l’interpretazione del ponte, della luna, dei cipressi, delle nubi e del cielo: a mio parere il ponte potrebbe rappresentare gli ostacoli della vita (v.3:“singulti”, v.4:“si rompe”), oppure dei momenti fondamentali in cui si sorpassa un qualcosa, come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, o dall’adolescenza all’età adulta. La luna, data la sua posizione dominante nella poesia, potrebbe rappresentare la figura fondamentale nella vita di una persona, come il padre o la madre; le altre presenze naturali che si protendono verso il cielo, che osservano la luna o lo scorrere del fiume, cioè le nubi e i cipressi, potrebbero rappresentare la famiglia, valore importantissimo per Pascoli. Il cielo potrebbe così diventare la rappresentazione stessa del “nido” familiare, che accoglie tutte le altre figure della poesia. Chiaramente queste sono solo ipotesi in quanto la poesia ha un tono molto “vago e indefinito”, trascendente, quasi mistico, senza nulla di preciso. Pascoli, come sempre, è molto attento al fonosimbolismo, al valore del suono nella poesia: già nel primo verso, quando non è stato ancora introdotto il protagonista, ovvero il fiume, con l’allitterazione della consonante “l” definita appunto liquida, il poeta ci vuole dare una sensazione di qualcosa di sospeso, fluttuante, che scorre. Come ho già detto in precedenza, la seconda quartina è fondamentale per la comprensione del testo poetico: il paesaggio notturno diventa più incerto e misterioso; nonostante la luce argentea della luna che illumina il paesaggio, alcune figure rimangono nascoste, il fonte e il mare. Questo viene appunto precisato dalle due domande presenti e dall’aggettivo “esitante”: la sorgente è nascosta, insicura, così come la nascita e la sorgente della vita stessa, che può scomparire da un momento all’altro (come il padre e la madre di Pascoli, che scompaiono nel giro di due anni, lasciando in lui un profondo senso di vuoto, di mancanza). Il senso di mistero, di incertezza viene sottolineato dall’aggettivo “ignoto”, ripetuto ben due volte in uno stesso verso (anafora) e dal chiasmo del v.8. Alcune metafore contribuiscono a dare al paesaggio e ai suoni un significato religioso e sacrale, sempre utilizzato per sottolineare il mistero insito nella natura; queste espressioni sono: i campi “occulti” del v.3, che alludono a un qualcosa di misterioso, di inconoscibile; il “pio sussurro” dei cipressi e della spiaggia. Il suono delle foglie che si muovono al vento e il rumore delle onde che si infrangono sulla spiaggia sono paragonati a una preghiera. L’ultima metafora di questo genere è “le infinite scale del tempio azzurro”, v.14. Questa metafora non è molto semplice da esplicitare ma si potrebbe così riassumere: le nuvole salivano nel cielo sempre più in alto (il cielo è il tempio azzurro) fino ad arrivare alla luna, qui vista proprio come una divinità (non è quindi solo un’apparizione, ma proprio una teofania). Le sensazioni visive e uditive presenti nel sonetto sono numerosissime: la “glauca luna” che emana quindi una luce azzurro-grigia, il buio della notte che nasconde i campi, il suono delle onde del fiume (“singulti”, v.3), definito anche un mormorio al v.6, un insieme di sussulti (v.7) e sussurri (v.11), le nuvole bianche che si muovono verso il cielo azzurro (vv. 12-13-14). Quest’ultima espressione visiva è espressa mediante una figura retorica, quella dell’ossimoro: le nubi “fluenti” (che quindi si muovono come un liquido) sostano nel cielo; si può trovare anche l’enjambement tra fluenti e nubi tra i vv.12-13. Il ritmo della poesia è lento e spezzato, quasi a voler riprendere il calmo scorrere del fiume che però è rotto dalle onde che si riversano sulla spiaggia. Le frasi sono infatti brevi e spezzate anche all’interno del verso, basti vedere le due domande una dopo l’altra, in soli due versi (vv.5-6). Nella sintassi è prevalente l’utilizzo di coordinate, unite tra loro dall’asindeto (sono presenti molte virgole) o dal polisindeto (e,e, come ai vv. 2-3). Questo componimento presenta molti dei temi ricorrenti nella poesia pascoliana, in linea con il Decadentismo europeo. Innanzitutto si può notare il carattere estremamente soggettivo, intimistico: anche se Pascoli non sta qui raccontando un’esperienza personale o un ricordo, senza dubbio traspare la sua inquietudine di fronte ai misteri della vita, la nascita, la morte, il suo interesse verso questi, il suo desiderio di comprendere l’essenza del reale (come si può chiaramente vedere dalle domande, che non sono rivolte a nessuno di preciso, ma risuonano senza risposta nella notte). Questo desiderio di comprendere il significato profondo della realtà, le corrispondenze tra le cose, è uno dei temi principali del periodo: si può vedere ad esempio Corrispondenze di Baudelaire, quasi un precursore o iniziatore del Decadentismo in Francia. Anche l’ambiente notturno, con i campi nascosti dal buio, gli oggetti imprecisi, il momento di trapasso dalla sera alla notte, con la luna non chiaramente visibile, è un altro dei temi più presenti in Pascoli e nel Decadentismo. Un’atmosfera simile si può infatti trovare in L’assiuolo, o ne La sera fiesolana di d’Annunzio, dove il momento descritto è proprio lo stesso, l’apparizione della luna. Si può notare poi la vicinanza di Pascoli al clima decadente per lo stile: egli utilizza molte figure retoriche concentrandosi soprattutto su quelle di suono (onomatopee, allitterazioni, assonanze) o anche su quelle di significato (come la sinestesia che permette l’accostamento di sensazioni visive, uditive, tattili…). Importante e ricorrente è anche il tema della morte, della fine di qualcosa, qui rappresentata dal mare; ciò si vede in Languore, in cui Verlaine parla de “l’impero alla fine della decadenza”. La notte è uno dei temi principali non solo per il decadentismo; esso è anche in continuità con il Romanticismo: in questo periodo molto importante è stato Leopardi. Anche questo poeta infatti descrive molte atmosfere vaghe e indefinite, notturne, imprecise. Si può in questo senso vedere La sera del dì di festa o Alla luna o Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Ad esempio, per quanto riguarda La sera del dì di festa, la scena si apre con un notturno lunare, che rende così vaghe e imprecise le figure presenti, come il canto solitario dell’artigiano che torna a casa a “tarda notte”; il poeta si perde così tra i suoi pensieri e inizia a riflettere sulla realtà, sul tempo, sulla sua infelicità. Pascoli, come Leopardi, inizia a pensare al significato della vita proprio ispirato da un ambiente simile. Forse la poesia di Leopardi con un’atmosfera più simile a quella di Pascoli è Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: il paesaggio è astratto, indefinito, imprecisato; il pastore, riflettendo sul senso della vita, pone molte domande alla luna personificata che non risponde mai, non si sa nemmeno se ascolta le vane domande del pastore. Ne Il ponte di Pascoli succede la stessa cosa: l’io lirico pone domande molto profonde, senza precisare a chi; le presenze naturali, tra cui proprio la luna, lo ignorano, continuano indifferenti nel loro percorso. In conclusione, nonostante questo sonetto possa sembrare una semplice descrizione di un paesaggio notturno, in realtà cela nascosti molti significati profondi: questo è Pascoli, sia il poeta “fanciullino”, gioioso, sereno, dalla visione aurorale e alogica della realtà, sia quello tormentato, morboso e pieno di inquietudine.

Viaggio a Firenze

Video a cura del prof. Luigi Gaudio, girati durante il viaggio di istruzione a Firenze (3-6 maggio 2016)

La primavera di Guccini

La primavera di Guccini videoincontro con la canzone d’autore di Francesco Guccini, tenuto il 2 marzo 2016 da Luigi Gaudio e Federico Oliverio durante la cogestione alunni-docenti del Liceo Vico di Corsico. Disponibili anche il testo dell’incontro in  e le slide usate durante doc per word e le slide proiettate durante lo spettacolo in power point

La Fortuna secondo tre grandi della letteratura italiana: Boccaccio, Machiavelli e Ariosto

di Valentina Snidaro 4^A

Da chi è controllata la Fortuna? Fino a che punto la virtù umana è in grado di modificare il corso degli eventi? E in che modo? Queste domande sono da sempre centrali per ogni uomo: interessante è andare ad analizzare le varie risposte che sono state date ad esse. Ad esempio, significative sono le interpretazioni di tre letterati italiani vissuti tra Trecento e Cinquecento: Boccaccio, Machiavelli ed Ariosto.

Il primo tratta del tema della Fortuna già nel proemio del Decameron, ammettendo di dover fare ammenda al “peccato di Fortuna”, cioè quello di aver sempre considerato le donne subalterne agli uomini e incapaci di sfogare le loro pene d’amore. La Fortuna quindi può anche arrivare a commettere errori – proprio per questo si parla di peccato: concezione ben diversa rispetto a quelle Medievali, in cui alla Fortuna si associava spesso la divina Provvidenza. Si ha dunque l’impossibilità dell’uomo di prevalere su essa. Boccaccio non la pensa così: la Fortuna ha una sfumatura completamente laica e l’uomo sarebbe quindi in grado di mutare il corso degli eventi.

Meno convinto di ciò è invece Machiavelli, il quale nel capitolo XXV del Principe appare decisamente più moderato: la Fortuna viene paragonata ad un fiume in piena, il quale necessita dell’uomo per fare in modo che il suo corso non degeneri. Similmente, l’uomo può controllare il suo destino, evitando che la Fortuna prevalga sulla sua virtù. La Fortuna di Machiavelli è simile ad una donna capricciosa: il singolo individuo deve assecondarla, stando ai suoi bisogni. In questo senso il Principe che prende una determinata posizione vedrà il suo volere esaudito in tempi favorevoli mentre in tempi contrari, “similmente sia infelice”. Di conseguenza quel Principe che si appoggia unicamente sulla Fortuna, rovina come quella varia. Le precedenti considerazioni sono però contraddittorie: l’uomo è padrone del suo destino o lo subisce semplicemente? Machiavelli conclude con un atto di fede nella possibilità dell’uomo di essere – nonostante tutto – capace di dominarlo.

Posizione estremista – seppure opposta a quella di Boccaccio – è quella di Ludovico Ariosto, autore del “L’Orlando furioso”. Nella sua opera, i personaggi sono completamente ed unicamente mossi dalla Fortuna: inseguono l’oggetto del desiderio senza mai raggiungerlo, anzi perdendosi lungo il cammino. Lo stesso Orlando, il quale aspira alla bella Angelica, la donna amata, smarrirà l’obbiettivo vivendo numerose avventure. Chiara è quindi la superiorità della Fortuna rispetto alla virtù umana e palese la sua indomabilità.

Per concludere, la risposta a queste questioni è prettamente personale e frutto di un lungo percorso che dura la vita intera; per questo motivo non esistono risposte corrette o errate, ma semplici punti di vista.

Latino: lingua morta? No, rap!

Se, dopo aver letto e/o tradotto pagine e pagine dell’orator Romanus per antonomasia sulla  congiura di Catilina, vi state chiedendo quale sarebbe mai potuta essere la risposta di Catilina agli attacchi veementi di Cicerone, eccovene una proposta  in versione rap, che passa attraverso Virgilio, Sallustio e … Lorenzo De Iacob di 4A! Una piccola sfida per scardinare i pregiudizi sull’inattualità del Latino! Buon ascolto

Verso l’infinito, e oltre: dal 600 ad oggi

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di Natalie Lodge, 4A

L’infinità dell’universo e la possibile esistenza di altri sistemi simili a quello abitato dagli esseri umani, pur essendo un concetto ormai quasi del tutto provato dalla scienza, tende a creare in noi un profondo sconcerto.
Ci sentiamo così piccoli e insignificanti di fronte ad una tale vastità, che la nostra esistenza sembra futile.
Sarà stato sicuramente questo, ciò che gli uomini vissuti nel periodo della rivoluzione astronomica avranno provato: uno sbigottimento generale, un forte senso di smarrimento contrapposto al senso di sicurezza che dava loro il “claustrofobico” sistema tolemaico, e, soprattutto, l’importanza che questo dava alla Terra, mettendola al centro del creato.
Era ovvio che la chiesa di allora si sarebbe scontrata con tale visione: era inconcepibile che l’uomo non fosse la creature prediletta tra tutte le altre, che Dio avesse altro di cui occuparsi.
La forte reazione della chiesa, che non solo censurò molte opere che sostenevano l’argomento ma attivò contro gli scienziati anche l’Inquisizione, non riuscì a frenare l’onda del progresso: i filosofi dell’epoca, come Giordano Bruno, cominciarono a teorizzare nuovi mondi, spinti da opere come il
De Rerum Natura; gli astronomi continuarono a guardare il cielo anziché gli scritti di Aristotele, confermando l’omogeneità tra Terra e spazio, spiegando, con l’ausilio del sistema copernicano e della geometria, i moti dei pianeti e degli altri corpi celesti, arrivando a sfatare il mito del sole che gira intorno alla Terra.
Questo nuovo modo di concepire l’universo ebbe un enorme impatto sulla società del tempo: gli artisti cominciarono a usare nuove tecniche e idee per affrescare spazi limitati, così da creare l’illusione di trovarsi in uno spazio infinitamente grande o di ritrarre il complicato e ininterrotto fluire della realtà.
Anche la letteratura risentì di queste nuove scoperte: la letteratura del Barocco è infatti molto sperimentale, spazia per tutti i campi dello scibile umano, creando collegamenti tra due concetti apparentemente lontanissimi l’uno dall’altro e sfruttando al massimo l’immaginazione per poter dar vita a raffinati artefici retorici.
Nasce in questo contesto il concettismo, cioè l’esasperato uso della metafora allo scopo di creare meraviglia e stupore nel lettore, che viene indotto dall’ingegno dell’autore a creare una serie infinita di interpretazioni riguardo l’immagine mentale descritta nell’opera.

Con “l’apertura” dell’universo si può quindi dire che si è aperta anche la mente dell’uomo.
Distrutta la concezione di uno spazio predefinito destinato unicamente all’uomo, si è finalmente liberi esplorare l’infinito che ci circonda, di avere il coraggio e l’audacia di conoscere ciò che non osavamo nemmeno immaginare, di andare verso l’infinito, e oltre.

Fortuna e uomo: un rapporto travagliato

Articolo di Dicandia Samuele 4^A

Mai come nei primi giorni dell’anno nuovo la fortuna è un elemento pregnante degli auguri che ci rivolgiamo quando ci incontriamo per strada.

Ma come si è evoluto il concetto di “fortuna” nel tempo?

Nel mondo antico, in particolare nella civiltà classica latina, prima dell’avvento delle dottrine filosofiche greche, la fortuna era spesso considerata come l’elemento ordinatore delle azioni dell’uomo, ma il termine aveva un ben altro significato: etimologicamente, “fortuna” significa “caso”, “sorte”.

Grazie all’introduzione delle filosofie greche che rivoluzionarono l’idea dell’uomo e della religione, attraverso un più forte trascendentismo, il concetto di fortuna venne accostato sempre di più a ciò che avviene casualmente e che ha conseguenze positive sull’esistenza dell’individuo.

Nel Rinascimento, i maggiori pensatori, come ad esempio Machiavelli, dedicarono ampio spazio nelle loro riflessioni al valore della fortuna all’interno dell’esistenza umana e del succedersi dei fatti.

Nel penultimo capitolo, il venticinquesimo, della sua opera maggiore, “Il Principe”, Machiavelli offre un accurato esame su “Quantum fortunae in rebus humanis possit”, dal titolo del capitolo, analizzando dicotomicamente la posizione del popolo del tempo, secondo cui la realtà umana è soggetta all’influsso della sorte, ipotesi che lui stesso non esclude del tutto, e la sua personale opinione, relativamente ottimistica, che presuppone la fortuna come elemento fondamentale della vita dell’uomo, ma come elemento negativo, un antagonista contro cui contro cui l’uomo ha il compito   di difendersi e di prepararsi per tempo ai suoi effetti. Machiavelli, tuttavia, accoglie l’idea dell’uomo come padrone del proprio destino e unico artefice delle sue scelte.

Grazie a Machiavelli, prese piede tra i filosofi e le maggiori menti rinascimentali, quell’idea dell’”homo faber fortunae suae” già teorizzata dal politico e letterato romano Appio Claudio Cieco nel IV secolo a.C. , e successivamente rielaborata da Pico della Mirandola nel “De Hominis Dignitate”.

Anche Ariosto parla della fortuna. Nel XXXIV capitolo dell’Orlando Furioso è spiegato come tutte le cose perse sulla terra “per nostro difetto, per colpa del tempo o di Fortuna” si riuniscono sulla Luna. L’Ariosto parla di una fortuna senza logica, una fortuna che colpisce qualsiasi uomo senza distinzioni.

Oggi invece noi diremmo che ogni uomo è fautore della propria vita. Sta a lui farsi condizionare dalla sorte in maggiore o minor misura, sta a lui decidere ciò che meglio è per il benessere suo, ma che non vada contro le regole del vivere civilmente e del rispetto reciproco necessario per la lieta esistenza di una società, sta a lui, insomma, operare al meglio per preservare la propria libertà e la propria dignità in quanto uomo.