Carme V di Catullo: traduzioni artistiche dei ragazzi della II A

Vi proponiamo alcune traduzioni artistiche del Carme V di Catullo scritte dai ragazzi della II A nell’ambito di un laboratorio di scrittura creativa guidato dal prof. Daniele Michienzi.

Io non vivo per amare, Lesbia.   
Io non amo per vivere.
Io vivo per scoprire, per trovare il mio io.
I giorni possono solo tramontare,
le effimere gioie non possono ritornare.
La luce breve che tu chiami vita, lascerà
solo l’oblio.
E, allora, capirai il giogo superiore di essa.
Basta.
Mi hai concesso mille baci, mi hai distolto dal mio compito.
Sei come Kamala per Siddharta.
Addio anima mia.
(Xavier Mestri)


Viviamo amandoci, o Lesbia, per sempre insieme
che le opinioni degli esterni non ci diano pene
dopotutto loro sono troppo severi
che ne sanno degli amori sinceri?
ogni giorno il sole sorge e tramonta 
ma i nostri son così pochi che anche una semplice ora conta
quindi convien restare per sempre insieme 
e curar il nostro amore come un piccolo seme.
Dammi mille baci, poi altri cento
il numero degli stessi è sempre in aumento
diamoci centinaia, migliaia di baci
collezionamoli finchè ne saremo capaci
del numero dei baci il conto perdiamo
cos’ l’invidia evitata sarà
abbracciati a lungo nel letto restiamo
e addirittura Venere stupita verrà
dalla nostra passione e da come ci amiamo
che ci farà restare insieme anche nell’aldilà.
(Christian Frigerio)


Godiamoci le gioie della vita e dell’amore, 
mia Lesbia, le malelingue dei moralisti per noi non hanno valore
Muoiono e rinascono i giorni 
ma quando tramonterà la nostra effimera vita 
avremo da dormire una notte infinita 
Di baci dammene mille, poi altri cento
mille altri ancora, poi cento un’altra volta 
e quando la mia bocca di baci tuoi sarà travolta, 
scordiamo 
e ricominciamo, che nessuno possa invidiarci
ignorando il numero di baci, il numero di baci che abbiamo da darci
(Alessia Scartozzi)


Viviamo questo amore, mia Lesbia, 
e freghiamocene di tutte le dicerie di quei vecchi
che non valgono niente. 
Il sole sorge e tramonta,
e quando per noi si spegnerà la luce
saremo destinati a dormire per sempre.
Dammi mille baci, e poi sempre di più
in modo da averne anche per quando non saremo più insieme.
Talmente tanti che perderemo il conto 
e nessuno dovrà mai saperlo
così che non ci potranno invidiare
(Arianna Villatore)


Viviamo e diventiamo pane e cacio, mia Lesbia
ascoltando sempre la saggia voce dei vecchi
anche se vale meno di un nichelino.
I nostri giorni inizieranno e finiranno
e per ciò ogni volta che tramonta una luce 
dobbiamo vivere una perpetua notte di amore,
prima che, innocente, tramonti anche l’ultima.
Dammi mille baci, poi cento, 
poi altri mille e altri cento
e di nuovo cento e ancora mille
finché non sapremo più quanto vale il nostro amore
e dovremo nascondere la sua quantità immensa 
perché alcune persone potrebbero
vederci di mal occhio, accecati dal nostro amore,
sapendo che i nostri baci sono il nostro tesoro.
(Paolo Rivoletti)


Viviamo la passione del nostro amore, Lesbia mia
cosicchè le chiacchere degli anziani soli e tristi valgano meno di zero.
La vita è breve, viviamola prima che la morte ce la strappi via.
Baciami , ancora e poi ancora, finchè perderemo il conto 
e gli altri non potranno sparlare del nostro amore
poichè è troppo grande per le loro voci.
(Dario Palumbo)


Cara mia Lesbia amiamoci e viviamoci
fregandocene di quello che puó dire la gente.
I giorni passano e dobbiamo cercare di passare piú tempo possibile insieme.
Riempimi di baci mia Lesbia, dammene migliaia, non smettere mai di darmene, dovremmo passare una notte interminabile e io voglio andarmene con il ricordo delle tue labbra sulle mie.
Evitiamo gli occhi invidiosi della gente per non permetterle di ostacolare il nostro infinito amore.
(Martina Ferraiuolo)


“Con le voci degli anziani
ormai troppo severe, 
che valgono meno di 
una piccola moneta, 
dobbiamo continuare a vivere,
mia Lesbia, 
e ad amarci senza
alcun pensiero.

Dammi mille baci e altri cento

Noi passeremo 
tutti i giorni insieme
fino al giorno 
quando la luce tramonterà,
per sempre;
viviamo tutte le infinite notti insieme!

Ancora baciami cento volte e altre mille,
baciami fino a quando 
non ricorderemo più il numero di questi.
Chi ci invidia non avrà successo
perché nemmeno lui sa a quanti siamo
adesso…”
(Matteo Co’)


Lesbia.
Viviamo e amiamo, mia Lesbia
senza ascoltare ciò che dicono gli altri,
per noi le loro parole non devono valere
niente.
I giorni passano e alla fine di questi
dormiremo una sola notte infinita.
Baciami mille volte e poi cento volte
e replay.
Quando ci saremo baciati
migliaia di volte,
confonderemo la quantità dei baci
ed è meglio non farlo sapere
a nessuno
prima che ci guardi di malocchio.
(Andreea Lucia Marangoci)


Divertiamoci, Lesbia, amiamoci
E tutti i pettegolezzi della gente
Lasciamoci scivolare addosso
I giorni trascorsi ritorneranno:
e una volta giunta la nostra ora
vivremo una notte infinita.
Baciami, continua a baciarmi,
e ancora baciami
Ma quando ci baceremo molte volte
e ne scorderemo il numero
Per darcene tantissimi altri e
Affinché nessuno possa maledirci,
Quando sapranno del grande numero di baci
(Edoardo Tiraboschi)


Boccaccio contemporaneo: una novella attualizzata

ELISABETTA DA MESSINA

La storia che sto per raccontare parla di tre giovani fratelli che vivevano a Messina insieme a Elisabetta, la loro sorella non ancora sposata. I fratelli erano molto ricchi e possedevano un bar situato
Waterhouse_decameron al centro della città. Un giorno, avendo tanto lavoro, decisero di assumere un aiutante e scelsero un ragazzo siriano di nome Yad. Egli aveva la stessa età di Elisabetta ed era un ragazzo alto e bello che aveva tanta voglia di lavorare e che era scappato dal suo paese a causa della guerra. Elisabetta e Yad appena si incontrarono, si notarono e iniziarono a frequentarsi nonostante i fratelli di Elisabetta non accettassero il loro amore. Un pomeriggio però mentre Elisabetta e Yad stavano amoreggiando nel retro del bar uno dei tre fratelli li vide, ma fece finta di niente. Appena ebbe però l’ opportunità di parlare con i suoi fratelli senza la presenza di Elisabetta, raccontò loro ciò che aveva intravisto e insieme decisero di licenziare Yad e di diffondere la voce che egli era un ladro, impedendogli così di trovare un altro lavoro in città. Il povero Yad in poco tempo perse tutto, perchè non riuscendo a trovare un lavoro non potè neanche più mantenersi, così finì a vivere per strada. Elisabetta non credette alla storia raccontata dai suoi fratelli e decise di rintracciare Yad e di ospitarlo nella loro grande cantina che ristrutturò e pur non essendo un posto magnifico, fu per qualche tempo la casa del ragazzo. Elisabetta ogni giorno portava il cibo al suo ospite e quando i suoi fratelli erano al lavoro lo faceva salire a casa per lavarsi. Andò avanti così per un po’ di mesi, fino a quando i vicini non raccontarono tutto ai tre fratelli. Essi nel momento in cui videro Yad lo picchiarono così tanto che finì in ospedale e decise che nonostante il suo amore fosse così grande non voleva più discutere con quella famiglia, quindi decise di partire. I tre fratelli capirono che in una città così piccola non potevano rimanere, perchè la notizia si era ormai diffusa, quindi si trasferirono a Napoli. Elisabetta invece decise di restare a Messina e di non avere più contatti con i fratelli, acquisendo più libertà e decidendo per il suo futuro senza intralci, nonostante soffrisse ancora per il suo grande amore.

                                                                                                                 Alessia Berardino 3°G

Video: Ciuri di campu (poesia di Peppino Impastato)

ciuri chi nasci
La classe III G ha realizzato dei video nell’ambito di un progetto sulla legalità, curato dal prof. Daniele Michienzi.
Gli studenti hanno lavorato sulle poesie di Peppino Impastato “Ciuri di campu” e “Nessuno ci vendicherà”: a partire dalla lettura e dall’analisi del testo poetico la classe ha poi realizzato dei videoclip musicali.Vi presentiamo il lavoro realizzato da Letizia Privitera, Emanuele Alvarez, Alessia Berardino, Mattia Rossetti, Matteo Vismara e Alessandro Brunone:

Ciuri di campu

Collettivi musicali su Bob Dylan

C’era una volta il cantante di strada, il folk singer, che nelle città americane sfogava il proprio senso di ribellione in canzoni che rimanevano inevitabilmente confinate in un ambito limitato.
Con Bob Dylan nasce la figura del cantautore a livello internazionale, che incarna la protesta di una generazione sulle orme dell’antesignano Woody Guthrie. I temi che egli tocca sono la discriminazione razziale, lo sfruttamento dei minorenni, la pace, la libertà, gli emarginati, ma Dylan sa anche esprimere i sogni e i desideri di tutti noi.
Per questo l’Accademia svedese gli ha assegnato il Premio Nobel per la Letteratura:”per aver creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana”.
Per questo anche noi vogliamo conoscerlo e cantarlo. A lui il merito di aver nobilitato la canzone d’autore, dimostrandoci che essa può diventare un’opera d’arte.
Il prof. Gaudio ha condotto dei collettivi musicali durante la cogestione del Liceo e durante la settimana dei recuperi. Vi proponiamo il canovaccio e le slide dello spettacolo In principio era Dylan e il video del collettivo In principio era Dylan

Inoltre, alcuni brani cantanti dalla prof.ssa Antonella Paravano:

Altre lezioni in musica del prof. Gaudio:
Tra Faber e Gaber, due grandi della canzone d’autore.
La favola mia, cover di Renato Zero.
Innocenti evasioni, cover di Lucio Battisti.

Esercizi di scrittura filosofica

Socrates_statue_at_the_Louvre,_8_April_2013.jpgVi presentiamo quattro esperimenti di scrittura filosofica svolti dagli alunni della 3 B.

L’esercizio consiste nel riprodurre un dialogo socratico, rispettandone le caratteristiche fondamentali: tentativo di definizione, brachilogia, ironia, confutazioni.

I temi scelti dai ragazzi e i risultati sono stati profondi e rigorosi, come nel caso dei dialoghi di Giulia Bertoluzza e Laura Garau, oppure leggeri e originali, come negli elaborati di Lucamatteo Maselli e Federica Doz.

Buona lettura!

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VICOmunichiamo riapre!


Dopo uno stop di qualche mese, il blog del Liceo Vico riapre…
più interattivo che mai!

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Il ponte di Giovanni Pascoli

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Analisi del testo di Laura Nasella, 5B

Si tratta di un’analisi del testo svolta in classe come verifica di italiano scritto. Il lavoro denota una grande profondità e sensibilità letteraria, è scritto bene e mi sembra un perfetto esempio di una tipologia A dell’esame di stato.

prof. Licia Mizia

Da Myricae

IL PONTE

La glauca luna lista l’orizzonte
e scopre i campi nella notte occulti
e  il fiume errante. In suono di singulti
l’onda si rompe al solitario ponte.

Dove il mar, che lo chiama? E dove il fonte,
ch’esita mormorando tra i virgulti?
Il fiume va con lucidi sussulti
al mare ignoto dall’ignoto monte.

Spunta la luna: a lei sorgono intenti
gli alti cipressi dalla spiaggia triste,
movendo insieme come un pio sussurro.

Sostano, biancheggiando, le fluenti
nubi, a lei volte, che salian non viste
le infinite scalée del tempio azzurro.

Giovanni Pascoli, con Gabriele d’Annunzio, è uno dei più importanti poeti del Decadentismo italiano: i temi da lui trattati nelle varie raccolte poetiche sono spesso allineati a quelli della letteratura europea contemporanea; ciò si può ben vedere in questo componimento, Il ponte, appartenente a Myricae, la raccolta più significativa di Pascoli. Questo sonetto potrebbe a prima vista sembrare una descrizione di un ambiente notturno, illuminato dalla luna, con lo scorrere tranquillo del fiume dalla sorgente al mare; tuttavia non è così, ha un significato più profondo:

  • La prima quartina inizia con la descrizione di un notturno lunare, il momento di “trapasso”: la luna, non ancora ben visibile, inizia a illuminare di una luce azzurro-grigia l’orizzonte e i campi, altrimenti nascosti dal buio della notte, e il fiume che scorre sotto al “solitario ponte”. Potrebbe a prima vista sembrare solo una descrizione, ma inizia a presentarsi un tono più tormentato: l’onda che si infrange sul ponte produce un singulto (v. 3); il ponte è totalmente solo, quasi “dimenticato” come l’aratro di Lavandare;
  • Nella seconda quartina si mostra apertamente il tema reale del componimento: il fiume che scorre è una metafora per la vita stessa, che inizia da un fonte (cioè la sorgente, la nascita) per poi arrivare al mare (cioè la fine del percorso, la morte). La seconda quartina si apre con una serie di domande: “Dove il mar?” “Dove il fonte?”. Molto importante è il v.8 che chiarisce il pensiero del poeta: “al mare ignoto, dall’ignoto monte”. Questo verso, contenente due figure retoriche, il chiasmo e l’anafora di ignoto, spiega i suoi dubbi più profondi riguardo la vita: la nascita e la morte sono fenomeni sconosciuti che fin dalla tenera età hanno tormentato il poeta, a causa dei vari lutti nel “nido” familiare. Come ne L’assiuolo, dove il poeta chiede “dov’era la luna?”, “le invisibili porte che forse non s’aprono più…”, ritornano incombenti i temi della morte, dell’ignoto, dell’irrazionale, tratti che accomunano la poetica di Pascoli al clima decadente;
  • Nella prima terzina compare la luna, e gli elementi naturali, come “il mandorlo e il melo” de L’assiuolo, cercano di osservarla meglio; tuttavia le presenze naturali sono qui desolate: i cipressi sono gli alberi che solitamente si trovano nei cimiteri, la spiaggia è definita “triste”. La natura produce quindi dei sussurri come in una preghiera: essi sono lo scorrere lento dell’acqua e il muoversi delle foglie;
  • Nell’ultima terzina torna invece a osservare il cielo, le nubi che si muovono verso la luna, come richiamate da una forza magica e ignota.

Le varie presenze della natura nascondono quindi profondi valori simbolici, si riferiscono in realtà allo scorrere della vita: il fiume è proprio la personificazione della vita dell’uomo, che parte dell’“ignoto monte”, dove si trova il fonte che rappresenta il misterioso inizio del tutto, un momento e un mondo sconosciuto, impalpabile, inconoscibile, su cui il poeta non può fare a meno di porsi domande; il mare, anch’esso sempre ignoto, rappresenta invece il concludersi del viaggio del fiume e quindi, fuor di metafora, la morte: anch’essa è sconosciuta ma il poeta, tormentato dai lutti della sua vita, si chiede che cos’è in realtà questa morte che prende ogni cosa. Più difficile è invece l’interpretazione del ponte, della luna, dei cipressi, delle nubi e del cielo: a mio parere il ponte potrebbe rappresentare gli ostacoli della vita (v.3:“singulti”, v.4:“si rompe”), oppure dei momenti fondamentali in cui si sorpassa un qualcosa, come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, o dall’adolescenza all’età adulta. La luna, data la sua posizione dominante nella poesia, potrebbe rappresentare la figura fondamentale nella vita di una persona, come il padre o la madre; le altre presenze naturali che si protendono verso il cielo, che osservano la luna o lo scorrere del fiume, cioè le nubi e i cipressi, potrebbero rappresentare la famiglia, valore importantissimo per Pascoli. Il cielo potrebbe così diventare la rappresentazione stessa del “nido” familiare, che accoglie tutte le altre figure della poesia. Chiaramente queste sono solo ipotesi in quanto la poesia ha un tono molto “vago e indefinito”, trascendente, quasi mistico, senza nulla di preciso. Pascoli, come sempre, è molto attento al fonosimbolismo, al valore del suono nella poesia: già nel primo verso, quando non è stato ancora introdotto il protagonista, ovvero il fiume, con l’allitterazione della consonante “l” definita appunto liquida, il poeta ci vuole dare una sensazione di qualcosa di sospeso, fluttuante, che scorre. Come ho già detto in precedenza, la seconda quartina è fondamentale per la comprensione del testo poetico: il paesaggio notturno diventa più incerto e misterioso; nonostante la luce argentea della luna che illumina il paesaggio, alcune figure rimangono nascoste, il fonte e il mare. Questo viene appunto precisato dalle due domande presenti e dall’aggettivo “esitante”: la sorgente è nascosta, insicura, così come la nascita e la sorgente della vita stessa, che può scomparire da un momento all’altro (come il padre e la madre di Pascoli, che scompaiono nel giro di due anni, lasciando in lui un profondo senso di vuoto, di mancanza). Il senso di mistero, di incertezza viene sottolineato dall’aggettivo “ignoto”, ripetuto ben due volte in uno stesso verso (anafora) e dal chiasmo del v.8. Alcune metafore contribuiscono a dare al paesaggio e ai suoni un significato religioso e sacrale, sempre utilizzato per sottolineare il mistero insito nella natura; queste espressioni sono: i campi “occulti” del v.3, che alludono a un qualcosa di misterioso, di inconoscibile; il “pio sussurro” dei cipressi e della spiaggia. Il suono delle foglie che si muovono al vento e il rumore delle onde che si infrangono sulla spiaggia sono paragonati a una preghiera. L’ultima metafora di questo genere è “le infinite scale del tempio azzurro”, v.14. Questa metafora non è molto semplice da esplicitare ma si potrebbe così riassumere: le nuvole salivano nel cielo sempre più in alto (il cielo è il tempio azzurro) fino ad arrivare alla luna, qui vista proprio come una divinità (non è quindi solo un’apparizione, ma proprio una teofania). Le sensazioni visive e uditive presenti nel sonetto sono numerosissime: la “glauca luna” che emana quindi una luce azzurro-grigia, il buio della notte che nasconde i campi, il suono delle onde del fiume (“singulti”, v.3), definito anche un mormorio al v.6, un insieme di sussulti (v.7) e sussurri (v.11), le nuvole bianche che si muovono verso il cielo azzurro (vv. 12-13-14). Quest’ultima espressione visiva è espressa mediante una figura retorica, quella dell’ossimoro: le nubi “fluenti” (che quindi si muovono come un liquido) sostano nel cielo; si può trovare anche l’enjambement tra fluenti e nubi tra i vv.12-13. Il ritmo della poesia è lento e spezzato, quasi a voler riprendere il calmo scorrere del fiume che però è rotto dalle onde che si riversano sulla spiaggia. Le frasi sono infatti brevi e spezzate anche all’interno del verso, basti vedere le due domande una dopo l’altra, in soli due versi (vv.5-6). Nella sintassi è prevalente l’utilizzo di coordinate, unite tra loro dall’asindeto (sono presenti molte virgole) o dal polisindeto (e,e, come ai vv. 2-3). Questo componimento presenta molti dei temi ricorrenti nella poesia pascoliana, in linea con il Decadentismo europeo. Innanzitutto si può notare il carattere estremamente soggettivo, intimistico: anche se Pascoli non sta qui raccontando un’esperienza personale o un ricordo, senza dubbio traspare la sua inquietudine di fronte ai misteri della vita, la nascita, la morte, il suo interesse verso questi, il suo desiderio di comprendere l’essenza del reale (come si può chiaramente vedere dalle domande, che non sono rivolte a nessuno di preciso, ma risuonano senza risposta nella notte). Questo desiderio di comprendere il significato profondo della realtà, le corrispondenze tra le cose, è uno dei temi principali del periodo: si può vedere ad esempio Corrispondenze di Baudelaire, quasi un precursore o iniziatore del Decadentismo in Francia. Anche l’ambiente notturno, con i campi nascosti dal buio, gli oggetti imprecisi, il momento di trapasso dalla sera alla notte, con la luna non chiaramente visibile, è un altro dei temi più presenti in Pascoli e nel Decadentismo. Un’atmosfera simile si può infatti trovare in L’assiuolo, o ne La sera fiesolana di d’Annunzio, dove il momento descritto è proprio lo stesso, l’apparizione della luna. Si può notare poi la vicinanza di Pascoli al clima decadente per lo stile: egli utilizza molte figure retoriche concentrandosi soprattutto su quelle di suono (onomatopee, allitterazioni, assonanze) o anche su quelle di significato (come la sinestesia che permette l’accostamento di sensazioni visive, uditive, tattili…). Importante e ricorrente è anche il tema della morte, della fine di qualcosa, qui rappresentata dal mare; ciò si vede in Languore, in cui Verlaine parla de “l’impero alla fine della decadenza”. La notte è uno dei temi principali non solo per il decadentismo; esso è anche in continuità con il Romanticismo: in questo periodo molto importante è stato Leopardi. Anche questo poeta infatti descrive molte atmosfere vaghe e indefinite, notturne, imprecise. Si può in questo senso vedere La sera del dì di festa o Alla luna o Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Ad esempio, per quanto riguarda La sera del dì di festa, la scena si apre con un notturno lunare, che rende così vaghe e imprecise le figure presenti, come il canto solitario dell’artigiano che torna a casa a “tarda notte”; il poeta si perde così tra i suoi pensieri e inizia a riflettere sulla realtà, sul tempo, sulla sua infelicità. Pascoli, come Leopardi, inizia a pensare al significato della vita proprio ispirato da un ambiente simile. Forse la poesia di Leopardi con un’atmosfera più simile a quella di Pascoli è Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: il paesaggio è astratto, indefinito, imprecisato; il pastore, riflettendo sul senso della vita, pone molte domande alla luna personificata che non risponde mai, non si sa nemmeno se ascolta le vane domande del pastore. Ne Il ponte di Pascoli succede la stessa cosa: l’io lirico pone domande molto profonde, senza precisare a chi; le presenze naturali, tra cui proprio la luna, lo ignorano, continuano indifferenti nel loro percorso. In conclusione, nonostante questo sonetto possa sembrare una semplice descrizione di un paesaggio notturno, in realtà cela nascosti molti significati profondi: questo è Pascoli, sia il poeta “fanciullino”, gioioso, sereno, dalla visione aurorale e alogica della realtà, sia quello tormentato, morboso e pieno di inquietudine.

Viaggio a Firenze

Video a cura del prof. Luigi Gaudio, girati durante il viaggio di istruzione a Firenze (3-6 maggio 2016)

La primavera di Guccini

La primavera di Guccini videoincontro con la canzone d’autore di Francesco Guccini, tenuto il 2 marzo 2016 da Luigi Gaudio e Federico Oliverio durante la cogestione alunni-docenti del Liceo Vico di Corsico. Disponibili anche il testo dell’incontro in  e le slide usate durante doc per word e le slide proiettate durante lo spettacolo in power point

La Fortuna secondo tre grandi della letteratura italiana: Boccaccio, Machiavelli e Ariosto

di Valentina Snidaro 4^A

Da chi è controllata la Fortuna? Fino a che punto la virtù umana è in grado di modificare il corso degli eventi? E in che modo? Queste domande sono da sempre centrali per ogni uomo: interessante è andare ad analizzare le varie risposte che sono state date ad esse. Ad esempio, significative sono le interpretazioni di tre letterati italiani vissuti tra Trecento e Cinquecento: Boccaccio, Machiavelli ed Ariosto.

Il primo tratta del tema della Fortuna già nel proemio del Decameron, ammettendo di dover fare ammenda al “peccato di Fortuna”, cioè quello di aver sempre considerato le donne subalterne agli uomini e incapaci di sfogare le loro pene d’amore. La Fortuna quindi può anche arrivare a commettere errori – proprio per questo si parla di peccato: concezione ben diversa rispetto a quelle Medievali, in cui alla Fortuna si associava spesso la divina Provvidenza. Si ha dunque l’impossibilità dell’uomo di prevalere su essa. Boccaccio non la pensa così: la Fortuna ha una sfumatura completamente laica e l’uomo sarebbe quindi in grado di mutare il corso degli eventi.

Meno convinto di ciò è invece Machiavelli, il quale nel capitolo XXV del Principe appare decisamente più moderato: la Fortuna viene paragonata ad un fiume in piena, il quale necessita dell’uomo per fare in modo che il suo corso non degeneri. Similmente, l’uomo può controllare il suo destino, evitando che la Fortuna prevalga sulla sua virtù. La Fortuna di Machiavelli è simile ad una donna capricciosa: il singolo individuo deve assecondarla, stando ai suoi bisogni. In questo senso il Principe che prende una determinata posizione vedrà il suo volere esaudito in tempi favorevoli mentre in tempi contrari, “similmente sia infelice”. Di conseguenza quel Principe che si appoggia unicamente sulla Fortuna, rovina come quella varia. Le precedenti considerazioni sono però contraddittorie: l’uomo è padrone del suo destino o lo subisce semplicemente? Machiavelli conclude con un atto di fede nella possibilità dell’uomo di essere – nonostante tutto – capace di dominarlo.

Posizione estremista – seppure opposta a quella di Boccaccio – è quella di Ludovico Ariosto, autore del “L’Orlando furioso”. Nella sua opera, i personaggi sono completamente ed unicamente mossi dalla Fortuna: inseguono l’oggetto del desiderio senza mai raggiungerlo, anzi perdendosi lungo il cammino. Lo stesso Orlando, il quale aspira alla bella Angelica, la donna amata, smarrirà l’obbiettivo vivendo numerose avventure. Chiara è quindi la superiorità della Fortuna rispetto alla virtù umana e palese la sua indomabilità.

Per concludere, la risposta a queste questioni è prettamente personale e frutto di un lungo percorso che dura la vita intera; per questo motivo non esistono risposte corrette o errate, ma semplici punti di vista.

Latino: lingua morta? No, rap!

Se, dopo aver letto e/o tradotto pagine e pagine dell’orator Romanus per antonomasia sulla  congiura di Catilina, vi state chiedendo quale sarebbe mai potuta essere la risposta di Catilina agli attacchi veementi di Cicerone, eccovene una proposta  in versione rap, che passa attraverso Virgilio, Sallustio e … Lorenzo De Iacob di 4A! Una piccola sfida per scardinare i pregiudizi sull’inattualità del Latino! Buon ascolto

Verso l’infinito, e oltre: dal 600 ad oggi

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di Natalie Lodge, 4A

L’infinità dell’universo e la possibile esistenza di altri sistemi simili a quello abitato dagli esseri umani, pur essendo un concetto ormai quasi del tutto provato dalla scienza, tende a creare in noi un profondo sconcerto.
Ci sentiamo così piccoli e insignificanti di fronte ad una tale vastità, che la nostra esistenza sembra futile.
Sarà stato sicuramente questo, ciò che gli uomini vissuti nel periodo della rivoluzione astronomica avranno provato: uno sbigottimento generale, un forte senso di smarrimento contrapposto al senso di sicurezza che dava loro il “claustrofobico” sistema tolemaico, e, soprattutto, l’importanza che questo dava alla Terra, mettendola al centro del creato.
Era ovvio che la chiesa di allora si sarebbe scontrata con tale visione: era inconcepibile che l’uomo non fosse la creature prediletta tra tutte le altre, che Dio avesse altro di cui occuparsi.
La forte reazione della chiesa, che non solo censurò molte opere che sostenevano l’argomento ma attivò contro gli scienziati anche l’Inquisizione, non riuscì a frenare l’onda del progresso: i filosofi dell’epoca, come Giordano Bruno, cominciarono a teorizzare nuovi mondi, spinti da opere come il
De Rerum Natura; gli astronomi continuarono a guardare il cielo anziché gli scritti di Aristotele, confermando l’omogeneità tra Terra e spazio, spiegando, con l’ausilio del sistema copernicano e della geometria, i moti dei pianeti e degli altri corpi celesti, arrivando a sfatare il mito del sole che gira intorno alla Terra.
Questo nuovo modo di concepire l’universo ebbe un enorme impatto sulla società del tempo: gli artisti cominciarono a usare nuove tecniche e idee per affrescare spazi limitati, così da creare l’illusione di trovarsi in uno spazio infinitamente grande o di ritrarre il complicato e ininterrotto fluire della realtà.
Anche la letteratura risentì di queste nuove scoperte: la letteratura del Barocco è infatti molto sperimentale, spazia per tutti i campi dello scibile umano, creando collegamenti tra due concetti apparentemente lontanissimi l’uno dall’altro e sfruttando al massimo l’immaginazione per poter dar vita a raffinati artefici retorici.
Nasce in questo contesto il concettismo, cioè l’esasperato uso della metafora allo scopo di creare meraviglia e stupore nel lettore, che viene indotto dall’ingegno dell’autore a creare una serie infinita di interpretazioni riguardo l’immagine mentale descritta nell’opera.

Con “l’apertura” dell’universo si può quindi dire che si è aperta anche la mente dell’uomo.
Distrutta la concezione di uno spazio predefinito destinato unicamente all’uomo, si è finalmente liberi esplorare l’infinito che ci circonda, di avere il coraggio e l’audacia di conoscere ciò che non osavamo nemmeno immaginare, di andare verso l’infinito, e oltre.

Fortuna e uomo: un rapporto travagliato

Articolo di Dicandia Samuele 4^A

Mai come nei primi giorni dell’anno nuovo la fortuna è un elemento pregnante degli auguri che ci rivolgiamo quando ci incontriamo per strada.

Ma come si è evoluto il concetto di “fortuna” nel tempo?

Nel mondo antico, in particolare nella civiltà classica latina, prima dell’avvento delle dottrine filosofiche greche, la fortuna era spesso considerata come l’elemento ordinatore delle azioni dell’uomo, ma il termine aveva un ben altro significato: etimologicamente, “fortuna” significa “caso”, “sorte”.

Grazie all’introduzione delle filosofie greche che rivoluzionarono l’idea dell’uomo e della religione, attraverso un più forte trascendentismo, il concetto di fortuna venne accostato sempre di più a ciò che avviene casualmente e che ha conseguenze positive sull’esistenza dell’individuo.

Nel Rinascimento, i maggiori pensatori, come ad esempio Machiavelli, dedicarono ampio spazio nelle loro riflessioni al valore della fortuna all’interno dell’esistenza umana e del succedersi dei fatti.

Nel penultimo capitolo, il venticinquesimo, della sua opera maggiore, “Il Principe”, Machiavelli offre un accurato esame su “Quantum fortunae in rebus humanis possit”, dal titolo del capitolo, analizzando dicotomicamente la posizione del popolo del tempo, secondo cui la realtà umana è soggetta all’influsso della sorte, ipotesi che lui stesso non esclude del tutto, e la sua personale opinione, relativamente ottimistica, che presuppone la fortuna come elemento fondamentale della vita dell’uomo, ma come elemento negativo, un antagonista contro cui contro cui l’uomo ha il compito   di difendersi e di prepararsi per tempo ai suoi effetti. Machiavelli, tuttavia, accoglie l’idea dell’uomo come padrone del proprio destino e unico artefice delle sue scelte.

Grazie a Machiavelli, prese piede tra i filosofi e le maggiori menti rinascimentali, quell’idea dell’”homo faber fortunae suae” già teorizzata dal politico e letterato romano Appio Claudio Cieco nel IV secolo a.C. , e successivamente rielaborata da Pico della Mirandola nel “De Hominis Dignitate”.

Anche Ariosto parla della fortuna. Nel XXXIV capitolo dell’Orlando Furioso è spiegato come tutte le cose perse sulla terra “per nostro difetto, per colpa del tempo o di Fortuna” si riuniscono sulla Luna. L’Ariosto parla di una fortuna senza logica, una fortuna che colpisce qualsiasi uomo senza distinzioni.

Oggi invece noi diremmo che ogni uomo è fautore della propria vita. Sta a lui farsi condizionare dalla sorte in maggiore o minor misura, sta a lui decidere ciò che meglio è per il benessere suo, ma che non vada contro le regole del vivere civilmente e del rispetto reciproco necessario per la lieta esistenza di una società, sta a lui, insomma, operare al meglio per preservare la propria libertà e la propria dignità in quanto uomo.

Prossimo incontro Filarmonica della Scala

lunedì 1 giugno ore 20.00 Teatro degli Arcimboldi Filarmonica della Scala direttore Riccardo Chailly D. SOSTAKOVIC Sinfonia n. 5 in do minore Riccardo Chailly guida il pubblico all’ascolto della sinfonia n. 5 di Sostakovic; racconta l’opera, prima dell’esecuzione, svelando i dettagli della scrittura con esempi musicali dell’orchestra. Un occasione imperdibile per scoprire e comprendere uno dei capolavori del sinfonismo russo, attraverso le parole e l’interpretazione del futuro direttore del Teatro alla Scala. Biglietti: GALLERIA € 20.00 ridotto gruppi organizzati € 10.00

PLATEA ALTA € 38.50 ridotto gruppi organizzati € 20.00

PLATEA BASSA € 49.50 ridotto gruppi organizzati € 36.00

Per iscriversi rivolgersi alla Prof. Iaderosa (rosa.iaderosa@fastwebnet.it) a scuola o via mail entro mercoledì 20 maggio